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08/05/2016 - PERIPLO DEL LAGO DI MARTIGNANO 1



Informazioni sull'uscita

Data: 08/05/2016

Difficoltà:


Distanza in auto: 0 km (a/r)

Lunghezza percorso a piedi: 0 km

Note:

         

 

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IL LAGO DI MARTIGNANO

Note “tiburziane”.

Formazione

                La parte occidentale del Centro Italia, di cui è parte integrante l’intera Tuscia (Toscana Meridionale- Alto Lazio), durante l’era cenozoica, sprofonda lentamente nel sottosuolo per effetto dell’assottigliamento della sottostante crosta terrestre e del sollevamento della catena appenninica, che man mano va elevandosi, sospinta dallo scontro delle masse continentali alla deriva. Ovunque si producono numerose lacerazioni della crosta terrestre (faglie), con andamento parallelo alla catena appenninica, allineate in direzione NW-SE, che fanno ulteriormente abbassare il livello della superficie terrestre.

 

Nasce il Tirreno – esplodono i vulcani

Si creano, ovunque,  depressioni, vere e lunghe fosse: “Graben”,  separate da lievi emergenti  dorsali montuose allineate  all’attuale costa tirrenica.  Il mare lentamente penetra le crepe terrestri e ricopre  tutto  fino a sommergere l’area che diverrà il bacino del Tevere, mentre ad ovest comincia a delinearsi  il Tirreno nella sua estensione, la cui costa, prossima a quella attuale, ancor oggi si intuisce dai fori della lithopfaga (o dattero di mare), visibili entro le antiche arenarie emergenti. Dalle faglie della sottostante crosta terrestre emergono una serie di vulcani che daranno origine ai  complessi Vulsini,  Vico e  Sabatini.  Sopra le ghiaie, sabbie ed argille, del sottostante mare, si accumulano prodotti del vulcanesimo (lave, piroclastiti  etc.)  che sbarrando corsi d’acqua e tratti marini, creano ampi specchi lacustri e conche di acqua salmastra ed ovunque singolari paesaggi  collinari. La Tuscia si sta man mano formando.  Al termine della fase “acuta” dei fenomeni vulcanici, circa 60.000 anni fa, alcuni crateri collassano e  vengono invasi dalle acque marine. Il Martignano si sta così delineando. Il suo bacino risulta ora composto da tre crateri distinti, in linea, tangenti per la circonferenza.

Nessuno studio risulta agli “atti”, in internet, di questo articolato complesso vulcanico, che lascerebbe supporre un’attività non contemporanea dei suoi tre vulcani, di cui il terzo ( di Stracciacappa o Paparano) ultimo in direzione est, presenta oggi un cratere  meno profondo e più paludoso degli altri.

 

Il Lago di Martignano

 

                Oggi, composto di due crateri soltanto, ha un’area di Kmq. 2,440, una lunghezza massima di Km. 2,000 c.a. ed una larghezza di Km. 1,500 c.a. Se esaminiamo il suo diametro maggiore, partendo dalla sponda ovest, il livello delle acque scende rapidamente e con regolarità fino a raggiungere una profondità di 50/60, per tutta la circonferenza del primo cratere. Mentre al centro di esso,  è situato un pianoro che affiora tra i 18 ed i 25 metri dal pelo dell’acqua. Questo elevato deve rappresentare il bordo di contatto dei due crateri. Mentre oltre, proseguendo verso est, il fondo torna  a scendere per riportarsi a 60 metri di profondità e risalire in prossimità della riva opposta.

 

L’uomo ed il Lago

L’area di Martignano risulta frequentata fin dal Paleolitico Inferiore. Ad  una profondità di  mt. 32 circa, nel settore nord orientale,  è stato localizzato un piccolo villaggio palafitticolo, delimitato da pietre conficcate al suolo, ed alcuni residui di fuochi.

Tra le due età, del bronzo e del ferro, gli insediamenti umani diventano sempre più consistenti, ne sono testimoni  gli innumerevoli frammenti di “coccetti” affioranti dalle sponde, riportati alla luce dal moto ondoso delle acque del Lago.

I Romani chiamavano il Lago di  Martignano, “Alsietinus”, ed Augusto, nel 2 a.C., fece costruire un acquedotto che, attraverso un percorso di 32 Km.  c.a., raggiungeva la Regione Trans-tiberina (Trastevere). L’acqua della condotta veniva utilizzata, in Roma, per irrigare i giardini, ville rurali e per la pratica della “naumachia”: in un’area ai piedi  del Gianicolo, che veniva allagata, ove venne combattuta la prima battaglia navale simulata. Oltre ai rematori, si affrontarono trecento militi romani a bordo di imbarcazioni a fondo piatto.

 Sull’Aurelia, verso la fine del diciannovesimo secolo, vennero alla luce alcuni tratti dell’acquedotto Alsietino, di cui si erano perdute notizie storiche e tracce. L’Alsietinus, presumibilmente venne soppiantato nel secondo secolo d.C. dall’acquedotto Traiano, più efficiente e di più ampia portata.

                Nel 1610, Papa Paolo V, fece incrementare e restaurare l’acquedotto Traiano il cui nuovo tracciato intercettò, nei pressi di Galeria, la vecchia condotta dell’Alsietino.

Nel  diciannovesimo secolo venne aperto un traforo, dal Lago Martignano a quello di Bracciano, per elevare il livello di quest’ultimo. In breve il Martignano si abbassò di c.a. 12 metri, si prosciugarono le paludi dello  Stracciacappa (Paparano), facente parte del più ampio bacino. Oggi l’incile emissario, si trova a circa 12 metri sopra il livello del Lago. Ed è questo  inspiegabile: la presa d’acqua del traforo operato si dovrebbe ancor oggi trovare poco sopra il livello del’acqua del lago. Stanti così le cose, significa che il lago sta perdendo lentamente la portata delle sue acque.

 

La foresta fossile

Nelle profondità del Martignano è stata identificata una foresta fossile di grosse querce, la cui data di morte viene fatta risalire al V secolo  d.C.. Tutte le emergenze, rinvenute  a diverse profondità del bacino lacustre, sono chiara testimonianza delle continue consistenti oscillazioni di livello del Lago nel tempo.

 

Il Martignano nel suo ultimo millennio

Con il decadere dell’impero Romano il luogo viene del tutto abbandonato dall’uomo, soltanto nel Medioevo, torna a ripopolarsi l’area, che risulta posseduta da un tal Martinus, che ha dato l’attuale nome al Lago. Nel dodicesimo secolo risultano proprietari di un borgo e di un castello i Curtabraga. Nel quindicesimo secolo  Martignano risulta disabitato anche in conseguenza delle due pestilenze che colpirono il Lazio e per le lotte feudali tra le varie “signorie” romane che distrassero il dominio sul patrimonio della chiesa.

Oggi, del luogo e della sua storia passata, soltanto il nostro Lago sopravvive, grazie al suo ancora gradevole aspetto ed all’oasi paesaggistica ivi creata. Mentre i Curtabraga, più volte nominati, si saranno  girati “nella lor fossa”, ripescati dalla storia provinciale e tarocca, dopo secolari silenzi. Della loro Signoria  e del Lago Paparano non v’è traccia alcuna nella storia “ufficiale”, sopravvivono soltanto nei ricordi della gente del luogo, tramandati oralmente.

 

L’ambiente, la flora e la fauna.

Il Lago non presenta emissari ed immissari, le sue acque si ricambiano molto lentamente per effetto dell’acqua piovana e delle falde sotterranee. Occorrono duecento anni e più perché si determini un ricambio completo del bacino, per questo è importante per la sua sopravvivenza rispettarlo affinché il suo plancton, i suoi abitanti e le sue piante collaborino tutti per mantenere in salute le sue acque.

Era marina l’acqua originariamente raccolta nel lago, tracce di salinità si conserverebbero ancora sul suo fondo. Dato il lento ricambio del bacino, alcune piante e parte della fauna del lago, appartenenti al regno marino, si sono lentamente adattate alle nuove condizioni di vita. Vivono comunque all’interno del bacino potamogeneti e miriofili, mentre verso la riva piante galleggianti quali  le ninfee e  lenticchie d’acqua. Sul  bagnasciuga canne, equiseti crescione, iris, menta acquatica e trifoglio (scirpus lacustris macrofite, caracee) consentono un ottimo rifugio ad animali ed  insetti. Mentre la vegetazione circostante, una volta bosco di lecci e querce secolari, è costituita da arbusti di macchia mediterranea (smilacee, caprifoglio, dermatidi, rovi, rosmarino ed elicriso e la pioniera ginestra). Sopravvivono comunque sulle sponde inclinate del lago piante di gelso e salice.  Gli animali che popolano il territorio circostante sono i classici frequenti delle zone mediterranee, come così pure i pesci.

Ma è stata soltanto sufficiente una piccola “ricerca” nei siti internet, sulle piante acquatiche citate, per conoscere che la maggior parte di queste, nei paesi d’avanguardia, vengono utilizzate, data la peculiarità di ciascuna, per depurare le acque reflue degli scarichi nelle grandi città, sia che contengano queste elementi organici che inorganici, con sviluppo di ossigeno.

C’è poi un particolare, degno di riferimento: il  vecchio gestore del Martilandia, tal Gino di “madre ignota”: mi raccontò che in un certo giorno dell’anno sciamano nelle acque del Martignano piccole e rare meduse, non urticanti, che sono state oggetto di studio da parte dell’Università “La Sapienza” di Roma, mentre nel bacino fu pescato, con le reti, il carapace  di una grossa testuggine (caretta caretta marina?), subito inviato al Museo Pigorini di Roma (chissà che fine avrà fatto!). Di questo rinvenimento non se ne è saputo più nulla,  e soprattutto delle eventuali considerazioni e studi fatti al riguardo. Ma finisce sempre così,  la scienza ed i suoi studi nascondono tanti reperti capaci di raccontare la loro interessante storia, e la gente oggi, in mancanza di cose appassionanti e di docenti, capaci di “farti prendere”, si riduce a gioire per il “Grande Fratello” od altro impiastro simile abilmente propinato dalle Tv. Cose somministrate ad arte che allontanano, tra l’altro, dai reali problemi della nazione, il pensiero degli italiani.

               

 

Vanì 15 maggio 2016



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